Una casa italiana a New York. Don Luigi tra fede e inclusione
Cultura, sport, solidarietà e spiritualità: Portarulo, sacerdote lucano, racconta la sua missione. Ha riportato al centro della vita di Little Italy una comunità tricolore viva e partecipata.

Don Luigi Portarulo, 39 anni, sacerdote di origini lucane, è a New York dalla fine del 2022. Prima alla guida della chiesa Our Lady of Pompei e ora della St. Patrick's Old Cathedral a Little Italy, è fondatore e presidente dell'organizzazione non profit Grow Together, ma è soprattutto l'artefice della "rinascita" attorno alla chiesa della comunità italiana nella Grande Mela. Tra i suoi riferimenti spirituali San Giovanni Paolo II e una grandissima passione per lo sport.

Don Luigi, come si costruisce una Chiesa che va incontro alle persone?
«Credo che una Chiesa che va incontro alle persone si costruisca prima di tutto stando in mezzo alla gente. Questa è una lezione che ho imparato molto presto. A dodici anni sono arrivato in Vaticano e ho avuto la grazia di vedere da vicino il ministero di San Giovanni Paolo II. Una delle cose che più mi colpiva era la sua capacità di incontrare tutti: giovani, anziani, famiglie, persone semplici e grandi personalità. Non aspettava che fossero gli altri a fare il primo passo. Quando sono arrivato a New York, alla fine del 2022, ho cercato di fare la stessa cosa. Ho capito che non bastava aprire le porte della chiesa e aspettare. Bisognava creare occasioni di incontro, ascoltare le persone, conoscere le loro storie, condividere le loro gioie e le loro difficoltà. Per questo, oggi la nostra comunità vive attraverso la liturgia, ma anche attraverso la cultura, la carità, lo sport e tanti momenti di aggregazione. La fede cresce nelle relazioni. E una comunità cresce quando le persone si sentono accolte e si sentono parte di una famiglia.»
A New York ha creato Grow Together. Su quali idee si fonda questa esperienza?
«Grow Together è nata da una realtà molto concreta. Arrivando a New York ho incontrato tanti italiani, giovani professionisti, studenti, famiglie e italoamericani che amano profondamente le proprie radici. Molti di loro cercavano una comunità, un punto di riferimento, un luogo dove sentirsi a casa. Da questa esperienza è nata l'idea di costruire qualcosa che andasse oltre la semplice attività parrocchiale. Così sono nati i quattro pilastri della fondazione: educazione, carità, cultura e sport. Lo sport, ad esempio, è diventato uno strumento straordinario per creare amicizie e avvicinare persone che forse non sarebbero mai entrate in chiesa. Lo stesso vale per i corsi di lingua, le attività culturali e le iniziative di solidarietà. La soddisfazione più grande è vedere persone che arrivano per un'attività e poi diventano protagoniste della vita della comunità.»
Il suo impegno è rafforzare il senso di appartenenza tra italiani e italoamericani. Quali iniziative hanno avuto più successo?
«Quelle più semplici. Le messe della comunità italiana, le feste, le cene, gli eventi culturali, le raccolte benefiche e persino le attività sportive. A New York ho scoperto qualcosa di molto bello: gli italoamericani conservano un amore straordinario per l'Italia. Molti cercano il paese dei nonni, vogliono imparare la lingua italiana, conoscere la propria storia e riscoprire le tradizioni della famiglia. Quando italiani arrivati da poco e italoamericani si incontrano, nasce qualcosa di speciale. Si crea un dialogo tra generazioni e tra esperienze diverse che arricchisce tutti.»
C'è stata una persona che ha segnato l'inizio del suo cammino?
«Sicuramente San Giovanni Paolo II. Avevo dodici anni quando sono arrivato in Vaticano per il Giubileo del 2000 e ho avuto la possibilità di incontrarlo e di vivere accanto al suo ministero. È stata un'esperienza che ha segnato profondamente la mia vita e la mia vocazione. Successivamente ho avuto la grazia di vivere ventitré anni in Vaticano e di conoscere anche Papa Benedetto XVI e Papa Francesco. Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa di importante. Se oggi cerco di costruire ponti tra le persone, di avere fiducia nei giovani e di non aver paura delle sfide, è anche grazie a ciò che ho imparato da loro.»
Guardando alla sua storia personale, che cosa le sta insegnando questa esperienza a New York?
«Mi sta insegnando che il Signore continua sempre a sorprendere. Sono nato in un piccolo paese del Sud Italia. Se qualcuno mi avesse detto che avrei vissuto ventitré anni in Vaticano e che un giorno sarei stato sacerdote a New York, probabilmente non ci avrei creduto. New York è una città straordinaria. Ti mette continuamente alla prova, ma ti offre anche opportunità incredibili. Ogni giorno incontro persone provenienti da tutto il mondo, con storie diverse e percorsi diversi. Questo mi aiuta a guardare la realtà con occhi più aperti e a capire che la Chiesa ha ancora molto da dire quando sa ascoltare e accompagnare.»
Quale eredità vorrebbe lasciare alla comunità italiana e italoamericana di New York?
«Vorrei lasciare una comunità che continui a sentirsi una famiglia. In una città come New York si corre continuamente e spesso si rischia di sentirsi soli. Vorrei che la nostra comunità fosse sempre un luogo dove una persona possa sentirsi accolta, ascoltata e amata. Le strutture passano, gli incarichi cambiano, ma ciò che rimane sono le relazioni costruite nel tempo. Se un giorno qualcuno entrerà all'Old St. Patrick's Basilica e dirà: "Qui mi sono sentito a casa", allora avrò raggiunto il mio obiettivo.»
Che messaggio vuole lasciare ai giovani che cercano le proprie radici?
«Direi di non avere paura delle proprie radici e di non avere paura dei propri sogni. Le radici non servono per guardare indietro con nostalgia. Servono per avere una base solida da cui partire. Io stesso sono partito da un piccolo paese del Sud Italia e il Signore mi ha portato in luoghi che non avrei mai immaginato. Per questo ai giovani dico sempre: sognate in grande. Abbiate il coraggio di partire, di studiare, di impegnarvi, di fare sacrifici e di costruire qualcosa di bello per voi e per gli altri. Con fede, perseveranza e passione si possono raggiungere traguardi che oggi sembrano impossibili. E non dimenticate mai che conoscere la propria storia e le proprie radici è una ricchezza che vi accompagnerà per tutta la vita.»
